Francesca Zagni si è diplomata lo scorso anno al Corso Triennale di Fotografia della Fondazione Studio Marangoni, ricevendo una borsa di studio per il suo lavoro finale.

Chiara Baldini l'ha intervistata per m-mag.

 

 

 

CB - Il tuo lavoro è una sorta di parodia di un certo tipo di linguaggio pubblicitario che ricorre spesso ad allusioni sessuali per promuovere un prodotto. Ci racconti com'è nata quest'idea e cosa ti ha spinto a lavorare su questo tema?

 

FZ - La voglia di indagare fotograficamente su ciò che ci viene proposto e inculcato, senza che noi singoli individui lo chiediamo, è nata nel 2013 con un progetto dedicato a un elemento in apparenza totalmente discordante con il linguaggio pubblicitario, ovvero i Tabernacoli Cattolici. Mi sono quindi fatta una domanda: cos’altro che non chiedo di vedere mi viene propinato in continuazione? La risposta è stata la pubblicità: cartelloni, pagine di riviste, spot televisivi, interventi radio. La mia ricerca non vuole essere un'aspra critica, ma un modo di divertirmi e magari di fare divertire, il mio è più un gioco e una presa in giro dello “scintillante” mondo della réclame.

 

 

CB - Per la costruzione delle immagini hai scelto di ispirarti ad opere d'arte molto famose. Come mai?

 

FZ - L’idea c’era, i prodotti e gli slogan fittizi pure: mancava uno spunto a livello compositivo. Ci voleva qualcosa che attirasse l’attenzione dello spettatore a livello anche inconscio e ho pensato che utilizzare le opere d’arte più viste potesse essere un buon metodo comunicativo. Molti guardano la foto e sanno già alla prima occhiata che essa suggerisce qualcos’altro, anche se non arrivano subito a capire cosa. Anche questo credo sia un buon modo di giocare con il linguaggio pubblicitario: l’evocazione, il rimandare ad elementi che il nostro cervello già conosce.

 

 

CB - Il tuo lavoro non si compone delle sole immagini fotografiche, ma hai ideato e costruito i prodotti da sponsorizzare, pensando anche agli slogan da abbinare ad ogni immagine. Ci racconti qual è stato il tuo metodo di lavoro?

 

Partendo dal presupposto che per vendere un prodotto si usano i corpi dei modelli in pose più o meno erotiche, oppure si usa in maniera anche insensata il nudo, ho creduto che utilizzare slogan e nomi di prodotti che riportassero già in sé allusioni sessuali potesse essere un elemento rafforzativo per ironizzare sul mondo pubblicitario.

Per realizzare le immagini sono partita quasi sempre dalla creazione del prodotto che volevo vendere e dall’inventare slogan ridicoli. Dopo di che ho pensato in quale opera “ultra” famosa potevo “incastrare” tale prodotto e in quale location ambientare la scena da fotografare.

 

 

CB - Anche in un tuo lavoro precedente sei partita da un linguaggio estraneo alla fotografia, in quel caso reinterpretando il disco di De André 'Non al denaro, non all'amore né al cielo' creando un immaginario nuovo, tutto tuo. Nel prossimo lavoro pensi di seguire la stessa modalità operativa?

 

Amo prendere spunto da libri, musica e racconti per immaginare e creare fotograficamente mondi che non esistono. La fotografia di messa in scena è senza dubbio quella su cui preferisco lavorare, adoro avere a che fare con degli “attori” che mi aiutano a rendere reale quello che fino a quel momento era solo nella mia testa.

In questo periodo sto cominciando un altro progetto in parte simile a quello su De André.

L'idea nasce dalla lettura dei “Diari” del ballerino russo Vaslav Nijinsky. Egli durante gli ultimi anni della sua vita impazzì e cominciò a scrivere i diari in preda a visioni e a strane paranoie. Il mio intento è quello di dare vita a questi deliri basandomi su quello che ho immaginato leggendo i suoi scritti. Solitamente da quando comincio un progetto a quando lo ritengo finito cambio idea decine di volte quindi… chissà!

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La scintillante rivoluzione dell'avvenire

 

intervista a

Francesca Zagni

 

di Chiara Baldini

La scintillante rivoluzione dell'avvenire

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